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L’azienda agricola Corte San Benedetto ha sede in Arbizzano di Negrar nell’antica corte rurale da cui ha preso il nome. Verso la fine del 1800 la famiglia Lavarini cedette i suoi possedimenti sui monti della Lessinia trasferendosi in una piccola località posta sulle colline di Marano di Valpolicella chiamata “Camporal",
dove iniziò la coltivazione delle poche viti allora esistenti.
 Dapprima il poco vino prodotto era destinato a consumo familiare e locale ma quando, nel secondo dopoguerra, la richiesta di vino incominciò a crescere, Angelo, con l’aiuto dei figli, iniziò a dotare l’azienda di strutture per poter soddisfare un mercato più ampio.
Convertire tutta l’azienda verso produzioni mono-culturali ere un’innovazione per il periodo. Fino ad allora, infatti, all’interno di ogni azienda si coltivava e si allevava tutto quello che era necessario per il fabbisogno della famiglia.
Ad Angelo dobbiamo la geniale intuizione di aver riconvertito l’azienda indirizzandola verso la produzione di due sole colture: la vite e il ciliegio.
Alle vigne esistenti su quelle terre a inizio secolo ne aveva aggiunte molte altre sperimentando e selezionando varie qualità varietali con diversi portainnesti. (allora non esistevano i cloni che oggi conosciamo). Il campo davanti a casa era diventato un vero e proprio vivaio e ogni anno innestava qualità diverse provenienti dalle svariate località della Valpolicella.
Ma accanto a quella sua forte passione per la vite Angelo ne nutriva un’altra: quella per il ciliegio.
 Ben presto venne creato in quella piccola e sperduta località di Marano un campo sperimentale cerasicolo (coltura del ciliegio) nel quale venivano studiate le malattie del ciliegio in collaborazione con l’ispettorato dell’agricoltura di Verona.
Facendo dei semplici trattamenti con del comune verderame su una parte dei suoi ciliegi in epoca invernale, Angelo si accorse che proprio su quelle piante diminuiva drasticamente l’essicazione dei fiori durante la fioritura e quindi si garantiva la produzione.
Fino ad allora si credeva che la causa di questa malattia che impediva la produzione in particolari annate fosse riconducibile al freddo o comunque ad un clima sfavorevole.
L’anno successivo decise di riprovare l’esperimento ed i risultati furono gli stessi dell’anno precedente: aveva scoperto la malattia della “monilia” (muffa responsabile dell’essicazione dei fiori), e il modo per poterla curare.
A queste ricerche parteciparo illustri professori del tempo che seguirono attentamente l’evoluzione degli esperimenti dando anche dei validi consigli…. appropriandosi successivamente di quella scoperta fatta da un contadino sulle colline di un piccolo paese della Valpolicella.
Quando giungeva la sera, al termine di ogni incontro, si accendeva la candela (la corrente elettrica non era ancora arrivata) e si scendevano le scale per arrivare a quella piccola cantina col volto in sassi dalla quale non si usciva se prima non si aveva sorseggiato un goccio di recioto o amarone accompagnato da qualche pisota (torta molto semplice fatta in casa) o un boccone di pane e salame.
Era diventato quasi un rito e oggi un ricordo per tutte quelle persone (e sono state tante) che in quegli anni come studiosi, clienti o amici hanno varcato quella soglia e si sono immersi in quell’atmosfera quasi irreale che il vino, dono di bacco, ha il potere di far vivere.
Etichetta usata da Angelo negli anni 50
3° Premio Recioto vinto da Angelo nel 1961 |